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Condividere un’idea, un concetto, una decisione, non necessariamente implica l’applicazione di quell’idea, la dimostrazione di quel concetto, l’esecuzione della decisione.

Allo stesso modo, applicare una procedura non necessariamente implica la conoscenza e la maturazione del razionale che l’ha implementata.

Così, quando l’uomo condivide senza sperimentare, oppure e per contro, opera all’interno di schemi concettuali che non ha assorbito, egli rimane parziale.

Rimane dalla parte dell’essere individuale, fuori dalla natura di essere sociale.

La sua parzialità si connatura con la superficialità, datosi che la sperimentazione di un concetto o la consapevolezza della razionalità di uno schema, implica -e qui di necessità- un approfondimento.

Il primo passo dell’etica è verso la conoscenza?

Forse si, e la ricerca della conoscenza sembra essere la maggiore delle preoccupazioni dell’uomo nella società odierna. Così appare, se non altro, dalla dovizia di informazioni che viene fornita quotidianamente dai mezzi di comunicazione e dalla pervicacia ostentativa degli approfondimenti, sempre mediatica, su argomenti scientifici, politici, sociali.

E depositi, magazzini telematici che sfidano l’infinito, contengono a iosa gli elementi possibili per propri percorsi di approfondimento.

Certo v’è il rischio di imbattersi in soffitte, cantine o peggio ancora in discariche.

V’è un altro rischio, meno percettibile, subdolo: star lì comodamente seduti a rovistare, manovrando un braccio telematico, tra le notizie e le offerte di conoscenza, credendo di assorbire senza impegno, magari senza pensare,  che il conferimento dell’informazione in quei contenitori è tendenzioso e strumentale.

Nel dibattito bioetico questo rovistare potrebbe portare ad una mera considerazione “marginale” della vita.

Inizio e fine vita prenderebbero il posto della vita in sé, stimolando e determinando quella curiosità che è fondamento della ricerca. E tutto il resto, tutto quello che è tra l’inizio e la fine, appunto, nella preoccupazione degli estremi, finirebbe per non occuparci.

Potrebbe connaturarsi una modalità di vita a latere, come se il quotidiano, che pur ci impone sopravvenienze etiche, fosse il mondo esterno di cose e di persone ove non c’è bisogno della relazione con l’altro e con se stessi.

Una morte improvvisa in vecchiaia, sembra non suscitare particolari problemi bioetici, né si ritrova motivo di riflessione sulla vita come, invece, in presenza di una morte con sofferenza ed agonia. Eppure è un evento che culmina una vita che al mondo ha dato effetti vitali, nel ricordo dei quali può maturare una riflessione non meno importante di un “fine vita” problematico ove l’eutanasia farebbe capolino insano od ove l’accanimento terapeutico deve essere rifuggito.

Un atto d’amore a fine procreativo, non maturato, impedito nella sua condizione efficace, rimane in ambiente precettivo, magari come frustrazione e non rientra nella considerazione problematica nella quale esplode la procreazione assistita.

Invero, proprio la naturalezza dei due eventi ci riporta al senso della vita e dovrebbe imporre percorsi bioetici al nostro pensiero, poichè in essi ritroviamo l’esemplificazione ed il dono: quegli elementi che ci riportano alla qualità del sapere, della conoscenza. Ci riconducono al percorso naturale della ricerca, a quel cammino interiore ed a quella relazione con l’altro che sono indispensabili all’impegno dei nostri comportamenti.

L’essere individuale e l’essere sociale potrebbero, così, ricomporsi, riportare fuori dalla parzialità l’uomo. Senza rischiare la quantificazione della conoscenza e l’elusione della qualità della conoscenza.

Dott. Santo Fortunato. Servizio di Bioetica, Studio Teologico S.Paolo